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  Erano Case
Galleria Foto 2 >> Erano Case >> Presentazione di P. Pappalardo

 

Spazi antichi per pensieri nuovi

 

di Pippo Pappalardo

 

Docente D.A.C. - F.I.A.F.

(Dipartimento Attività Fotografiche F.I.A.F. - Federazione Iataliana Associazioni Fotografiche)

 

Da tempo la storia della fotografia ci avverte dell’evoluzione del cosiddetto occhio fotografico.

Non si tratta ovviamente di un occhio differente da quello di cui madre natura ci ha dotati, piuttosto di un occhio da tempo educato oltre che a leggere anche a scrivere ed ascoltare; un occhio che, grazie all’invenzione fatale (Savinio) dello strumento fotografico, è ormai in grado di dare visibilità, come diceva Mario Giacomelli, alle idee.

L’occhio del nostro Iaquinta, maturato ed evoluto nel senso di cui sopra, ci palesa l’ordinato atteggiamento del suo operare che ha come motivazione interna il peculiare interesse per le cose e per gli oggetti prodotti dall’umana esistenza (case come creature e creazioni  umane).

Ancor quando questi possano sembrare o apparire abbandonati, trascurati, privi di vita, basta il pensiero attento alla percezione della loro consistenza per spingere l’occhio a penetrare dentro la loro storia, presente e passata, e coglierne le ridondanze, i flussi di memoria, il possibile medium di contatto.

Un dinamismo visivo, quindi, in grado di dare consistenza al forte desiderio di trovare una forma, anzi la forma, a questi emozionanti incontri e trasformarli in sensazioni laddove proprio la “messa in forma” si rivela lo strumento adeguato per instaurare con essi un dialogo, magari riprenderlo, oppure provocarlo, e quindi, sempre per essi, inventare (trovare) una storia.

Non appena il fotografo oltrepassa lo specchio della mera ricognizione documentaria - di per sé in grado solo di delineare l’evidente stato di degrado e d’abbandono - un altro specchio, quello fotografico, già lo interpella riflettendo sul senso dell’incontro, quasi a chiedergli conto di quanto sia sopravvissuto, quanto si nasconda nel simbolo, quanto sia ancora vivo.

Diventa, allora, opportuno, per l’occhio del Nostro, selezionare proprio la sua attenzione rispettando le singole scoperte quasi fossero delle agnizioni che continuamente spiazzano il suo incedere visivo. E come si comporta? Per un verso rimane ancorato al desiderio di connotare l’esperienza obbedendo (e cedendo) alle regole della composizione intelligente ed intelligibile, dall’altro, riconosce ed accetta la luce come rivelazione dei colori e delle ombre presenti tra queste mura, colori ed ombre ancora in grado di custodire  le tracce di un’umanità domestica intensamente vissuta oltre che consapevolmente accettata. Conseguentemente, qua e là, cominciano ad affiorare (per rivivere) le tracce di un consenso religioso, di un raffinato lavoro domestico e, poi, le diverse stratificazioni d’interventi che dovevano migliorare l’abitabilità di queste magioni ma che in un determinato quanto misterioso momento sono servite solo a decretarne la fine.

La cura attenta della rappresentazione di quest’esperienza, vissuta paradossalmente tra una cucina ed un soggiorno vuoti e silenziosi (?) o tra una scala ed un corridoio silenziosi e vuoti (?), frena la sorpresa del suo occhio cosicché  solo il suggestivo accostamento dei superstiti oggetti o dei segni sulle pareti, mirabilmente ricondotti in cifra pittorica, consente al racconto di procedere tra suggestioni ed incantamenti ed, alla fine, stabilire una gerarchia di significati tra le misteriose presenze dentro le case ed i segni raccolti dal suo scatto. Intanto, noi che leggiamo le immagini, stiamo ormai dietro ai  passi visivi del fotografo, accanto al suo peregrinare.

Ma questo fotografare non ci parla solo d’incontri: costante, attorno ed accanto a tutta l’esperienza, è presente l’idea del tempo, quello che ha esercitato la sua azione sulle cose, quello che ancora è in grado di restituire le atmosfere passate, quello che, sospeso, fa concorrenza alla decisione di scattare, quello che pretende di essere ascoltato. Il linguaggio per esprimerlo si fa difficile e risolvo citando coloro che hanno parlato della raffigurazione del “tempo del tempo”.

Una cosa, però, ci sembra certa: di fronte a questi risultati si può parlare di “immaginario retroattivo” e l’espressione ci sembra appropriata. La difficoltà, semmai,  ci appare nel momento in cui dobbiamo definire a chi appartiene questo immaginario, e nell’immaginario cosa sono ancora le categorie di spazio e tempo.

Poiché nessuno, però, lo ha chiesto, ad esempio, all’autore delle “Rimembranze”, pur condividendone la fascinazione, neanche noi lo chiederemo all’amico Iaquinta.

                                                                                                                

                                                                                                                 

 


 Mario Iaquinta - Fotografo - San Giovanni in Fiore (CS) - C.F. QNT MRA 57C06 H919N - Privacy - Note legali
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