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  Batacchi Forgiati
Galleria Foto 2 >> Batacchi Forgiati >> Presentazione di Carlo Ciappi

 

UN COLPO, DUE COLPI, UN SUSSULTO….. 

 

di Carlo Ciappi

 

Docente D.A.C. -  F.I.A.F.

(Dipartimento Attività Culturali - Federazione Italiana Associazioni Fotografiche)

 

Che strana figura il fotografo, ora pronto ad immortalare il nuovo sperando di essere il primo a fare comunicazione su quell’argomento, ora pronto a disporre il proprio sentimento a riflessioni e farsi illanguidire il cuore con visioni di cose che non sono più, ma che hanno fatto parte della loro esistenza, quasi sempre della fanciullezza. Ecco allora la voglia di immortalare qualcosa che ha fatto parte di noi, di quanti ci hanno preceduto, di cose viste e serbate in cuor nostro, il desiderio di offrire anche agli altri il sentimento provato ordinando il tutto in un libro. Le pubblicazioni come questa, sono documenti importanti per far rendere conto ai giovanissimi come eravamo, offrire agli appassionati dei modi di vivere passati dei dettagli importanti.

Mario Iaquinta, esperto e creativo fotografo non è nuovo a realizzazioni del genere, in molti casi ha sacrificato in maniera evidente la sua valenza di fotografo per realizzare documenti atti a perpretare la tradizione, quella della sua Gente, quella dei luoghi amati, dove è cresciuto e dove ha visto cambiare il tutto intorno a sé. Lo ha fatto producendo raccolte pregevoli come questa che lo hanno collocato nel novero degli Autori che hanno lasciato, e tanti ancora lui ne potrà lasciare, segni della nostra società in transito; lo ha fatto fotografando soggetti forse meno eclatanti di quelli esotici di latitudini lontane, quelli a cui siamo abituati e pronti a dimenticarli al girare della foto seguente; questa volta si è occupato di un soggetto familiare a tutti, i batacchi delle porte, chiamati anche battagli o picchietti ed anche stavolta lo ha fatto con la perizia tecnica e sentimentale di sempre. 

Ci appare lontanissimo il tempo in cui, in mancanza di elettricità, si suonavano campane a cordicella o si facevano girare le chiavette dei campanelli autarchici, sì, quelli che emettevano un suono gracchiante più stonato di quello emesso dal campanello di una bicicletta. Ed erano piantati accanto ai portoni, quasi sempre a destra, servivano per farsi annunziare, le chiavette venivano lustrate col Sidol e, ahimè, le cordicelle rimanevano di colore diverso nella parte più bassa, quella più usata. In epoca elettrica c’è stato chi ha voluto dare di sé una congruente immagine fin dal pulsante del campanello di chiamata, il bottone veniva posto in bocca a musi di leone, nell’occhio di una tigre, nel becco di un uccello ecc.; i proprietari di dimore più importanti cominciarono a far produrre da artigiani specie di tempietti in ottone che rifulgessero ad ogni pur minima lustrata, riproduzioni di fontane celebri, statue equestri e quant’altro potesse farsi distinguere dagli altri ponendo i pulsanti nei punti topici dell’opera. Sono venuti i videocitofoni a sconvolgere le nostre facciate, indubbiamente comodi, ma che indubbiamente smussano la sorpresa della visita svelando istantaneamente il volto del visitatore. Presto anche da noi si diffonderanno delle pulsantiere condominiali totalmente anonime, una tastiera numerica farà sapere all’inquilino che c’è qualcuno alla porta per lui, il diffuso sistema di telecamere lo mostrerà e lo farà entrare se desiderato; bisognerà adottare una propria combinazione di numeri e farla conoscere agli amici, i fornitori e gli addetti alla consegna della posta avranno dei loro codici, il tutto sarà rigidamente registrato su una memoria di massa.

I batacchi a cui si riferisce il nostro Autore sono quelli fermati a spessi portoni, senza problemi di elettricità, sono lì da molte vite di umani che hanno vissuto oltre quelle porte, saracinesche poste da sempre tra il loro privato ed il resto del mondo. I portoni lignei che li sorreggono il tempo e le intemperie li hanno rigati, spaccati, consunti nelle parti di maggior usura e strusciamenti vari, le coppali e le vernici date su di essi a generose passate li hanno in qualche modo protetti, stessa sorte per quegli avvisatori di presenze di varie forme, materiali e colori, i batacchi appunto.

Sono tanti quelli qui raccolti da Iaquinta, apparentemente qualcuno è simile, ma poi si può notare che non è così, infatti, quando questi attrezzi erano in uso, venivano prodotti artigianalmente e quindi dissimili l’uno dall’altro. Oltre ad essere utili avvisatori, erano indubbiamente oggetti di abbellimento della propria casa, quindi ognuno li commissionava o li faceva forgiare a proprio piacimento, con la raffigurazione di qualcosa a lui caro per tradizione familiare o più semplicemente osservanti il gusto corrente. I materiali impiegati erano scelti in relazione alle possibilità economiche del proprietario, come lo era la dimensione del batacchio. Molte volte i batacchi venivano scelti superficialmente su forge già eseguite, in molti apponevano alla loro porta delle raffigurazioni di cui, magari, non ne conoscevano minimamente la simbologia rappresentata ed il linguaggio che essi esprimevano: i più ricercati o più colti facevano riunire simbologie più ricercate esprimenti il loro pensiero, o la loro intenzione di dar di sé quella congruente immagine citata inizialmente. Qualcuno intrecciava due serpenti stilizzati, uniti al centro come a formare un unico animale riunito circolarmente quasi a comporre un uroboros che è simbolo della continuità, dell’idea in movimento, della conoscenza mai paga. Altri facevano fondere dei musi di leone, inconsciamente forse, facevano apporre sulla porta il simbolo della sovranità, della potenza, ma anche del sole. Dalla storia, dalla romanità, giunge la tradizione di una raffigurazione apotropaica e qui si scende nella interpretazione più libera fatta di segni intimi delle credenze personali, quei segni scaccianti il malocchio, la malasorte, la malattia, tutto quello che è male insomma, comprese carestie e miseria.

Hanno rintoccato mille e mille volte quei picchietti ed al punto di snodo sono consumati, il perno durante il suo lavoro ha lasciato una patina marronastra sul legno e, per l’usura, sono disassati rispetto al sostegno; la parte battente sulla parte metallica fermata sul legno è ormai arrotondata per tanti picchi.

Tanti picchi, tanti bussamenti alle porte, tante ragioni  che hanno spinto a bussare, e quanti modi di bussare davanti a quei portoni; guardando le fotografie di questo libro si immaginano tutti, almeno molti, molte di quelle ragioni che hanno spinto a farsi annunciare davanti a quelle “saracinesche”. Immaginiamo, oltre a quello che ha ricordato l’Autore nel suo testo introduttivo, il bambino in punta di piedi sollevare a malapena il battaglio, anche il vecchio dalle mani deformate sollevare a stento i metalli più pesanti; immaginiamo la speranza del questuante ed il mendicante; la speranza di essere attesi con un sorriso. Il perentorio bussare del medico innescante la speranza di un rimedio salutare per il caro ammalato, ma anche quello altrettanto perentorio del messo comunale che reca la chiamata alle armi od una gabella da pagare. Il fremente quasi impaziente ritorno a casa dopo aver superato con successo un esame scolastico, o il ritorno dalla guerra, od il ritorno dal proprio scagionamento da un’ingiusta accusa, dalla voglia di dare la notizia ai propri cari di aver trovato lavoro.

Mario Iaquinta ha messo insieme tutto questo, sensazioni legate alle fotografie da lui raccolte in questo catalogo, iniziativa lodevole per il tramandare un po’ di noi ai nostri figli tecnicizzati che non bussano, entrano nelle case via computer che ha il nome di una sola via “via e mail”; per quei ragazzi che non suonano o bussano più, fanno scendere l’amata o l’amico facendosi annunciare dalla chiamata del variopinto telefonino.

E’ capitato a tutti di sognare di battere ad una porta e questo significa, nell’interpretazione più corrente, “ti serve aiuto”, proprio quello che serve e chiede la fotografia ad Autori di spessore come Iaquinta per essere fotografia in ogni sua accezione, principalmente quella che comunica e tramanda, studia ed analizza, racconta realtà ed innesca immaginazione.

 


 Mario Iaquinta - Fotografo - San Giovanni in Fiore (CS) - C.F. QNT MRA 57C06 H919N - Privacy - Note legali
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